L’essere umano insieme al bisogno di essere nutrito ed accudito ha anche bisogno di essere riconosciuto. Ognuno di noi acquisisce informazioni su di sé e sul proprio modo di stare al mondo dalla relazione con l’altro, dal modo in cui viene riconosciuto, soprattutto dalle persone per lui significative.
Secondo la teoria psicologica dell’Analisi Transazionale, l’unità di riconoscimento viene denominata carezza. La carezza può essere un semplice “ciao”, un “bravo”, un “ti voglio bene”, ma anche “non ti voglio vedere”, “sei sempre il solito”, “non sei capace”.
È molto importante per un educatore e per un insegnante essere consapevole del modo in cui riconosce gli alunni a lui affidati poiché sono molte le carezze, sia positive che negative, che distribuisce nel suo rapporto con loro. La “fame di carezze”, ovvero il bisogno di essere riconosciuti, ci accompagna per tutta la vita.
Ci sono carezze indispensabili per la nostra esistenza e sono quelle incondizionate positive, quelle cioè che ci riconoscono come persone e ci danno il permesso di stare al mondo: carezze fisiche come un abbraccio, un bacio, una carezza; carezze verbali come – ti voglio bene – è bello che tu ci sia – sei bravo. Al contrario le carezze incondizionate negative minano l’immagine che abbiamo di noi e la fiducia che riponiamo in noi e negli altri: uno schiaffo, uno sguardo dispregiativo, frasi come – sei cattivo – ti detesto – sei incapace – sarebbe meglio che non ci fossi – sono dolorose e distruttive per tutti ma soprattutto per i bambini e per i ragazzi. Infatti i bambini e i ragazzi, affidati agli insegnanti in un periodo della loro vita fondamentale per la crescita e la formazione, trovano nel riconoscimento positivo dell’adulto informazioni importanti per imparare, insieme al permesso a vivere e sperimentarsi; al contrario il riconoscimento negativo dell’adulto può essere fonte di frustrazione e rinuncia.
Quindi possiamo dire che la priorità per un insegnante che “accompagna” i bambini e i giovani a lui affidati è il riconoscimento incondizionato del loro essere persona.
Ovviamente educare qualcuno significa anche dare indicazioni, mostrare gli errori, correggere, ed un buon insegnante deve guardare sia alla persona sia a ciò che la persona fa. Un insegnante deve usare con accortezza anche le carezze condizionate sia positive che negative, dando informazioni su compiti svolti o comportamenti agiti. Se un alunno sbaglia un compito o un comportamento va evidenziato l’errore (carezza condizionata negativa) facendo attenzione a distinguere l’errore dalla persona che lo ha commesso. È diversa la risonanza che ha per un bambino/ragazzo la frase “sei aggressivo” da quella “hai avuto un comportamento aggressivo” In altri termini l’alunno deve capire che è sbagliato il compito e non lui: è solo mantenendo una positiva immagine di sé che è in grado di correggere l’errore. Anche le carezze condizionate positive sono indispensabili per l’apprendimento, infatti le informazioni su un compito ben fatto o su un comportamento positivo aiutano l’alunno a riconoscere competenze e punti di forza da poter riutilizzare all’occorrenza.
Dobbiamo sempre ricordare che il modo in cui l’insegnante si relaziona con l’alunno è determinante per la sua crescita e il suo apprendimento, è una grande responsabilità ma anche una grande ricchezza, perché ciò che si dà ad una persona che si sta formando diventa parte della vita di entrambi.
(Rita Leli)
