Finalmente, dopo le progettazioni disciplinari ed interdisciplinari per ogni classe, dopo le corse per lavoretti, recite, mostre di Natale ed Open-day, passati gli scrutini del primo quadrimestre, arriva quel periodo dell’anno scolastico in cui la nostra programmazione, pressoché in tutte le classi della primaria, si avvia verso il nocciolo della questione: il messaggio del Vangelo.
Incredibilmente mi ritrovo ogni anno a fare la stessa constatazione: i nostri ragazzini social-visual-realtime-digitali col Vangelo in mano ci godono. In classe quarta, all’arrivo dei libri di testo del secondo ciclo, che riponiamo (è il caso di dirlo) religiosamente, in un angolo dello scaffale, gli alunni si accorgono di avere un nuovo allegato: il mini Vangelo (ogni casa editrice lo intitola diversamente, ma il concetto è lo stesso). Da settembre cominciano a chiedermi: “ma quando lo leggiamo? me lo posso portare a casa? ma non avevi detto che presto lo avremmo usato?”.
Io, perdonate il termine pokeristico, il mini Vangelo me lo “stiro” il più possibile. Occorre preparare il terreno, studiare gli evangelisti, capire che per la redazione del testo occorre tempo e passaggi di mano, conoscere il contesto sociale, le persone, i luoghi. Senza farla lunga, affrontare quegli argomenti che tutti noi, nella nostra programmazione, cerchiamo di svolgere al meglio.
Così arriva il giorno in cui entro in classe e, proprio a chi “se lo merita”, faccio distribuire tra i banchi il mini Vangelo. Me ne stupisco ogni volta: il ragazzino è orgoglioso. Sta offrendo ai compagni manciate di un tesoro. Finalmente lo possono sfogliare; osservano, una volta tanto con attenzione, le poche immagini. Lo leggerebbero tutto d’un fiato, anche quelli che non amano leggere. Subito trovano il titolo richiesto, volentieri fanno gli esercizi di comprensione; macinano parabole, discorsi, racconti e personaggi da soli o in gruppo. Ti fanno mille domande, che per rispondere a neanche un terzo, sfori l’orario. Fanno a gara per esporre, a volte drammatizzare, per leggere a voce alta, sforzandosi di assecondare con la voce virgole e pause. Quando vengono a saperlo, le maestre di italiano gongolano.
Ed ecco che tra quelle righe esce fuori Gesù: Il Vangelo.
Gesù, quello che ci spiega la linea del tempo (ma perché quelli di 2019 anni fa sono stati più fortunati di noi?). Gesù, che Si invita (e perciò beati noi ) nelle nostre piccole vite, guardandoci da sotto al sicomoro. Gesù il Pastore, che ci ritrova quando, sperduti, gli urliamo un grosso “beeh”. Gesù che dorme e va chiamato, perché le onde ci travolgono. Gesù che guarisce (ma la lebbra è come una forte allergia?). Gesù che fa rivivere la bambina svegliandola; nella cameretta solo Lui, mamma e papà. Gesù coi chiodi (ma quanto gli avranno fatto male?). Gesù che non sta più nella tomba, (non un fantasma, perché mangia il pesce con gli amici). E noi lo vedremo? E si mangia in Paradiso? Domande che ascoltate ogni giorno anche voi.
Quando il Vangelo entra in aula è insieme a loro che, ancora una volta, la Buona Notizia mi viene annunciata. E mentre i bambini, a loro modo, la accolgono, li contemplo, campi sconfinati di una Vita che andrà oltre il presente ed il futuro, nostri e del nostro lavoro. E li osservo quei terreni, rocciosi per carattere e difficoltà, o già fuori, sull’asfalto delle nostre città, dove svolazzano mille uccelli ladri di Bene. Terreni pieni di spine: problemi di casa, se non desideri indotti, pressanti, che soffocano lo spirito. O, meglio, li vedo in attesa del centuplo: terreno buono, tutto da coltivare, da dissodare di buona lena, famiglia, scuola e tutto il villaggio. Il Seminatore oggi esce a seminare.
Lidia Cicogna
