I comportamenti e le parole della convivenza

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Nell’ultimo periodo dello scorso anno scolastico la cronaca ci ha riportato  spesso episodi di violenza verbale e/o fisica nei confronti di insegnanti, allenatori, adulti in genere preposti alla formazione e all’educazione dei bambini e dei giovani. Che cosa è successo alla nostra società? Che cosa è successo alla nostra scuola? L’ingannevole livellamento sociale dei social e il linguaggio deteriorato di giornalisti, politici, opinion leader ha determinato nella società l’errata convinzione di un livello sociale e culturale unico al di là delle conoscenze, delle competenze e delle esperienze di vita acquisite. E così l’alunno e/o il genitore è in grado di valutare e criticare l’insegnante e se lo ritiene opportuno anche aggredirlo; gli opinionisti o i politici fanno valere le loro ragioni insultando gli avversari nei social e nei comizi, o impedendo loro di parlare nei dibattiti televisivi, soprapponendosi come si trattasse di un nemico da abbattere e non di un avversario da controbattere.

Alla luce di questa vera e propria emergenza educativa agli educatori, che vogliano essere accompagnatori attenti e guida indispensabile a persone in crescita, viene chiesto di riattivare urgentemente con adulti e bambini le modalità del rispetto e della gentilezza.

Papa Francesco in una sua omelia aveva affermato” le parole permesso, grazie, scusasono le tre parole della convivenza: se si usano, la famiglia va avanti” Ovviamente non solo la famiglia ma anche la scuola, i luoghi di lavoro e l’intera società di cui la famiglia è il nucleo di base

Si chiede PERMESSO come forma di cortesia quando si entra in un luogo dove ci sono altre persone, oppure quando chiediamo di fare qualcosa nel rispetto di regole condivise (posso uscire dall’aula?). Siamo in presenza di un comportamento che non è solo formale perché testimonia il rispetto di luoghi e regole che condividiamo con altre persone.

La parola GRAZIE ha una valenza relazionale molto forte perché la gratitudine è un sentimento fondamentale nel rapporto con l’altro e con la vita. Essere grati per ciò che si ha e /o si riceve significa riconoscere i limiti propri della nostra natura umana nella consapevolezza che nessuno può realizzarsi da solo. Purtroppo la presunzione e l’arroganza che sta contaminando i nostri tempi offre ai nostri ragazzi modelli di adulti che anziché chiedere e ringraziare, prendono e pretendono e si comportano come se tutto fosse dovuto, dando vita ad una società sempre più narcisistica e incurante dell’altro, nella quale diventa fondamentale la nostra testimonianza. Se siamo grati al buon Dio per la vita e per i doni che accompagnano i nostri giorni, per il lavoro che rende la nostra vita dignitosa, per i nostri alunni che ci amano al di là dei nostri pregi, siamo educatori capaci di far sperimentare questo sentimento ai bambini e ai ragazzi a noi affidati. Il grazie non sarà per noi e per loro una formula di cortesia ma una parola che sottolinea la gioia del condividere e del ricevere.

Chiedere SCUSA è forse il comportamento pedagogicamente più significativo perché indica contemporaneamente il rispetto per l’altro e il riconoscimento del proprio errore e questo ovviamente vale sia per gli adulti che per i bambini. Riconoscere di aver sbagliato significa accettare la propria fragilità dando all’altro il permesso di fare altrettanto. L’adulto che sa chiedere scusa trasmette un messaggio educativo molto forte perché il bambino e il ragazzo a lui affidato si sente più al sicuro con chi lo rispetta ammettendo l’errore che con chi non ammette mai di aver sbagliato. E poiché i comportamenti si apprendono vedendoli agiti dalle persone per noi significative, anche la capacità di chiedere scusa, come il ringraziare o il chiedere permesso non può prescindere dal nostro esempio.

(Rita Leli)

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