Camilla è una mia amica. Una cara amica. Ci siamo conosciute ventitré anni fa ormai, per necessità pratiche: abitiamo vicine e, all’epoca, i nostri figli dovevano arrivare puntuali alla stessa scuola, piuttosto distante dalle nostre case. Avevamo scelto scuole cattoliche per loro, ma al momento della scelta non ci conoscevamo ancora e, solo dopo, scoprii che le nostre motivazioni erano diverse… “Vi potrete aiutare” disse, presentandoci, la suora maestra delle nostre due figlie più piccole, che, insieme, frequentavano la scuola dell’infanzia. Dicendo questo, rivolse a entrambe un aperto sorriso, un po’ complice, ma a me strizzò l’occhio, ed io, lì per lì, restai perplessa … Col tempo la nostra frequentazione, iniziata per un aiuto reciproco, divenne amicizia tra famiglie. I nostri mariti ci hanno imitato nello scambiarsi collaborazioni e favori, inoltre erano accomunati dalla stessa passione calcistica: un amore incondizionato per la Roma che, in questi anni, li ha indotti a soffrire (molto) e a gioire (poco), per la squadra che fin dall’infanzia portano nel cuore. I figli sono cresciuti; tra le due bimbette dell’asilo, oggi ventiseienni, intercorre un’amicizia tale che si considerano quasi sorelle, pur abitando, adesso, in città lontane e avendo attività ed interessi completamente diversi. I nostri figli maggiori (un maschio e una femmina) non hanno mai avuto un così forte legame d’amicizia, ma quest’anno si sono sposati entrambi, a distanza di pochi mesi, e abbiamo tutti insieme gioito per queste due nuove famiglie, perché, dopo percorsi molto diversi, in alcuni casi molto sofferti, hanno avuto il coraggio di dichiarare al mondo intero che sceglievano il matrimonio; cosa, oggi, per nulla scontata. Una sola coppia, però, ha scelto il Sacramento…
A Natale Camilla mi ha regalato un pacchettino piatto, avvolto in carta lucida, rossa, con un bigliettino sibillino: “Da madre a madre…”, dicendomi: – Promettimi di non piangere quando lo leggerai – A casa ho scoperto che mi aveva regalato un libriccino di ottanta pagine scarse: “In nome della madre” di Erri De Luca. Anche se ormai datato, non lo avevo mai letto e Camilla, avendolo intuito, ha ritenuto che fosse quello il momento giusto per farmelo avere. Si tratta del racconto, in prima persona, degli avvenimenti vissuti da Maria / Miriam: l’annunciazione, il viaggio verso Betlemme e la nascita di Gesù. La narrazione è accattivante, affascinante per certi versi, in quanto l’autore, anche attento traduttore, cerca la massima attinenza e fedeltà al testo ebraico originale. L’ho letto molto rapidamente e…non ho pianto. Ma ho capito. In quel libro c’è la risposta alle domande, che non ho mai formulato direttamente a Camilla, dopo che mi restituì, molti anni fa, una piccola immagine religiosa che la mia figlia più piccola aveva regalato alla sua. La loro famiglia è sempre stata molto rispettosa delle nostre scelte, della nostra fede praticata; tutti insieme hanno sempre condiviso con noi i festeggiamenti per i Sacramenti ricevuti dalle nostre figlie. Ricordo anche che, ogni volta che abbiamo trascorso qualche giorno di vacanza insieme, si sono preoccupati che ci fosse la possibilità, per noi, di seguire la Santa Messa… ma hanno rivendicato sempre un’autonomia di scelta e di giudizio del tutto laici, che non ammetteva contradditorio. Su questo non c’era dialogo, almeno a parole. Ed ora: avevo letto “In nome della madre”, regalatomi da Camilla. Dopo anni ho trovato le risposte e, a quel punto, mi sono commossa. Ma si è trattato di una commozione tutta interiore, perché Camilla ha voluto avvicinarsi di più al mio cuore, scrivendomi la dedica “da madre a madre”. Ha voluto dirmi che sa quanto per me, madre cristiana, significhi l’avventura di Maria. Ha voluto anche dirmi che lei in quest’avventura vede, come l’autore, che si definisce non credente, più l’aspetto umano di quello spirituale. Ma ha voluto riconoscere quanto noi madri siamo pronte a sacrificare i nostri figli di fronte a scelte che, a volte, vanno oltre la nostra comprensione (entrambe abbiamo avuto quest’esperienza, in passato, con i nostri figli maggiori). Soprattutto, però, ha voluto trasmettermi un messaggio preciso: il suo definirsi non credente ha un significato dinamico, di apertura; forse di ricerca? E’ vero da “In nome della madre” si evince soprattutto l’aspetto umano e realistico della Natività, il coraggio, le emozioni e le sofferenze di Miriàm, l’amore profondo di una madre per un figlio; però, leggendo tra le righe, c’è una profonda nostalgia di infinito in alcuni punti: “Abituati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio gradino. Non è un censimento a spostarci, ma una via tracciata lassù in alto.” Dice Maria a Gesù appena nato. E ancora: “Tu sei pasta cresciuta in me senza lievito d’uomo. Ti tocco e porto al naso il tuo profumo di pane della festa, quello che si porta al tempio e si offre”.
Da qualche tempo ho notato che, a casa di Camilla, su uno scaffale della libreria, sono state appoggiate due piccole immagini sacre, una è della Madonna. È vero che appartenevano alla suocera e sono un caro ricordo di lei, ma sono lì, e mi accorgo che nessuno le sposta. Quando entro in quella casa tra me e Maria passa un rapidissimo sguardo-dialogo. Forse ho anche capito il motivo di quello sguardo ammiccante nei miei confronti da parte della suora maestra, tanti anni fa: sono tutti messaggi in codice, che uniscono Cielo e terra, ma passano sempre: “da madre a madre”. Camilla lo ha scritto. Camilla ha ragione.
Antonella Truant
