Al vedere la stella, provarono un’immensa gioia

Attimi di Parola Rubriche

“Immagine di questa ricerca sono i Magi, guidati dalla stella fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Per loro la luce di Dio si è mostrata come cammino, come stella che guida lungo una strada di scoperte. La stella parla così della pazienza di Dio con i nostri occhi, che devono abituarsi al suo splendore. L’uomo religioso è in cammino e deve essere pronto a lasciarsi guidare, a uscire da sé per trovare il Dio che sorprende sempre. Questo rispetto di Dio per gli occhi dell’uomo ci mostra che, quando l’uomo si avvicina a Lui, la luce umana non si dissolve nell’immensità lumi­nosa di Dio, come se fosse una stella inghiottita dall’alba, ma diventa più brillante quanto è più prossima al fuoco originario, come lo specchio che riflette lo splendore. La confessione cristia­na di Gesù, unico salvatore, afferma che tutta la luce di Dio si è concentrata in Lui, nella sua “vita luminosa”, in cui si svela l’origine e la con­sumazione della storia. Non c’è nessuna espe­rienza umana, nessun itinerario dell’uomo verso Dio, che non possa essere accolto, illuminato e purificato da questa luce. Quanto più il cristiano s’immerge nel cerchio aperto dalla luce di Cristo, tanto più è capace di capire e di accompagnare la strada di ogni uomo verso Dio.” (Papa Francesco, Lumen Fidei, 35).

“Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono un’immensa gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.” (Mt 2,7-12)

Nel racconto del vangelo secondo Matteo, la voce narrante riferisce che il re Erode fece chiamare segretamente i magi e chiese loro informazioni circa l’apparizione della stella. La distorsione di tale richiesta si rivelerà, in tutta la sua brutalità, in Mt 2,16, dove l’evangelista segnala che Erode fece uccidere tutti i bambini di Betlemme e nelle regioni circostanti. Erode sta ingannando i suoi interlocutori, perché non solo non si prostrerà davanti al neonato Messia, come faranno invece i magi, ma cercherà, con ogni mezzo, di eliminarlo. La narrazione aiuta il lettore a cogliere l’ipocrisia di Erode, che cerca di coinvolgere i magi nel suo perfido piano, ma Dio interviene per far fallire tale funesta intenzione. Il motivo della “stella” (astēr) è molto importante in quanto sottolinea, a più riprese, come sia Dio la guida ed è Lui il vero protagonista della vicenda. La stella indicail luogo della nascita: essa «stette sopra, dove era il bambino». Matteo qui, forse, sta pensando e suggerendo al lettore la biblica nuvola/colonna di fuoco, che nel deserto guida il popolo d’Israele, sebbene l’elemento della “stella” orienti, piuttosto, verso una prospettiva pagana, adattandosi quindi meglio ai magi. Il richiamo al libro dei Numeri (במדבר   bemidbàr, “nel deserto”) non può essere trascurato, ma anzi consente una rilettura più approfondita ed evocativa della narrazione evangelica: 

«Oracolo di Balaam, figlio di Beor, oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante, oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, cade e gli è tolto il velo dagli occhi. Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stellaspunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Nm 24, 15-17)

La tonalità del passaggio di Mt 2,9-10 è invasa da una gioia immensa, come indica chiaramente l’espressione usata, denotando l’intensità massima del sentimento provato: «gioirono di una gioia grande immensa» (echarēsan charan megalēn sphodra). Il motivo della “grande gioia” potrebbe costituire una prima allusione al passo di Zc 9,9, che svolgerà, nel seguito del racconto, un ruolo peculiare e decisivo per descrivere i tratti del Messia: «Gioiscigrandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina». L’apice dell’episodio è rappresentato dalla visione finale del bambino con sua madre, di cui, ancorauna volta, vienesegnalato il nome “Maria”. L’azione centrale di questo passo è indubbiamente quella indicata dal verbo che indica il “prostrarsi” (proskyneō), portando a compimento la loro iniziale intenzione (Mt 2,2), mai attuata, invece, da Erode (Mt 2,8). Il gesto di adorazione è un atto di venerazione compiuto gettandosi a terra, il quale, nella concezione greca, avviene davanti agli dei, mentre nella cultura orientale si ha davanti a uomini di alto rango, soprattutto re. Nel vangelo di Matteo la prostrazione avviene esclusivamente davanti a Gesù, da parte dei discepoli, ma anche di chi cerca aiuto. Giungendo alla fine dell’intero racconto matteano si scopre la funzione precisa di tale verbo: l’adorazione di Gesù risorto, per cui ci si prostra davanti a Lui, perché Egli è il Signore ed è questo il corretto atteggiamento da tenere, pure quando sembra prevalere il dubbio. (Mt 28,17). L’atto di adorazione dei magi è finalizzato a porre in primo piano l’identità del bambino. L’offerta dei doni potrebbe richiamare al lettore il passo di Ct 3,6 («Chi sta salendo dal deserto come una colonna di fumo, esalando profumo di mirra e d’incenso e d’ogni polvere di mercanti?»), ma soprattutto Is 60,6, nel quale si parla di un pellegrinaggio escatologico a Sion dei gentili, con i loro re: «Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore». I doni offerti sono finalizzati a sottolineare e ad accrescere, sempre più, l’identità del soggetto adorato: l’oro esprime la caratteristica fondamentale della preziosità; l’incenso e la mirra erano usati soprattutto per il culto. Conil motivo del “sogno” si chiude il quadro della nascita di Gesù a Betlemme: l’evangelista ripone al centro il tema teologico della guida di Dio attraverso gli eventi. In Mt 2,12 ricorre, infatti, il termine greco onar«sogno»: la prima volta applicato a Giuseppe; questa volta, invece, comprende, implicitamente, anche i magi. Nella conclusione del quadro si ha dunque la netta contrapposizione tra il piano malvagio del re Erode e quello salvifico del Signore. I magi escono di scena, hanno esaurito il loro compito, e, dopo l’incontro con il “re-bambino”, ritornano da dove erano venuti, seguendo però un altro itinerario, non la medesima strada. Compare qui, per la prima volta, il termine hodos «via», che ricorrerà nei successivi due passi, molto importanti dal punto di vista cristologico: 

«Questo infatti è ciò che è stato detto attraverso Isaia il profeta, che dice: “Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via (hodon) del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”» (Mt 3,3); 

«perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: “Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via (hodon)  del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta!”» (Mt 4,14-16). 

L’incontro dei magi con il Messia, re dei Giudei, ha dispiegato per loro, e per ogni lettore, una strada nuova, diversa, un’ allē hodos«altra via».

Franco De Carlo

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