L’educatore: tra mediazione ed equilibrio

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Papa Francesco nel discorso agli studenti delle scuole dei Gesuiti ha pronunciato queste parole: “nell’educare c’è un equilibrio da tenere, bilanciare bene i passi: un passo fermo sulla cornice della sicurezza, ma l’altro andando nella zona a rischio. E quando quel rischio diventa sicurezza, l’altro passo cerca un’altra zona di rischio. Non si può educare soltanto nella zona di sicurezza: no. Questo è impedire che le personalità crescano. Ma neppure si può educare solo nella zona di rischio: questo è troppo pericoloso. Questo bilanciamento dei passi ricordatelo bene.”

In queste parole del Papa ritroviamo le caratteristiche che debbono connotare il comportamento di ogni adulto chiamato a farsi carico di persone in crescita.

La prima caratteristica è la responsabilità.L’educatore è responsabile dei bambini e dei ragazzi a lui affidati. Facendo riferimento alle parole del Papa, egli non può lasciarli a se stessi (come purtroppo spesso succede in famiglia e anche a scuola), né può pretendere di indicare rigidamente la meta e il percorso per raggiungerla. Né la sola zona di rischio, né la sola zona di sicurezza. Egli è chiamato a instaurare una relazione educativa reciproca: non è solo l’alunno che impara da noi, dai nostri comportamenti e dalle nostre parole che, quindi, non devono essere mai automatici, istintivi e/o svalutanti (se non sempre ci si riesce, ricordiamoci almeno di farci attenzione), ma è anche l’educatore che impara dall’alunno, anzi che impara l’alunno: osservandolo, facendo attenzione alle sue parole, cercando di capire i bisogni inespressi, le insicurezze camuffate, (anche questo non è facile ma un buon allenamento ci aiuta). Potremmo connotare questa responsabilità come la responsabilità della scelta.

Riprendendo la relazione del professor Triani al convegno diocesano del 2015 possiamo riflettere sulle scelte a cui sono chiamati gli adulti e, ovviamente, gli educatori di oggi:

  • Saper costruirei legami, il lavoro, i prodotti, le cose. In un mondo sempre più virtuale la concretezza del lavoro e delle relazioni àncora alla realtà e aiuta a costruire il futuro;
  • Generare che vuol dire consegnare un patrimonio (come i genitori biologici consegnano il patrimonio genetico) costituito dal modo in cui si lavora, si esercitano le proprie virtù morali. I nostri comportamenti e le nostre scelte costituiscono un patrimonio che incide sulla vita delle generazioni future;
  • Stare dentro le scelte fatte, dentro le difficoltà, dentro le sfide mantenendo il senso del proprio vivere;
  • Accettare il limite: i ragazzi hanno bisogno di adulti che sappiano testimoniare che si può non perdere la gioia del vivere anche con i limiti;
  • Partecipare cioè, costruire il bene comune, sentirsi parte di una comunità. Il prendersi cura della vita nelle sue gioie e nelle sue fatiche;
  • Lasciare spazio alle generazioni che arrivano, lasciare spazio al pensiero dell’altro;
  • Raccontare: collegato al tempo della memoria permette ai ragazzi di sentirsi dentro una storia;
  • Affidare dei compiti agli altri, ma anche affidarsi. Affidarsi alle nuove generazioni, cioè dare fiducia alle nuove generazioni aprendo orizzonti e curando la consegna.

Fare quotidianamente queste scelte nel tempo della soggettività, dell’autoreferenzialità, in un mondo dell’immagine e iperconnesso, richiede educatori capaci di tenere la barra dritta in direzione degli obiettivi educativi irrinunciabili, attraverso una continua opera di mediazione e di equilibrio.

Rita Leli)

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