“Gesù fa propria la fede biblica nel Dio creatore e mette in risalto un dato fondamentale: Dio è Padre” (Papa Francesco, Laudato si’, VII).
Nel clima quaresimale, vorrei porre al centro della nostra riflessione-meditazione biblica la scena di Gesù al Getsemani. La versione marciana ci trasmette la lapidaria e significativa espressione di Gesù:
Abbà! Padre!
Tutto è possibile a te:
allontana da me questo calice!
Però non ciò che voglio io,
ma ciò che vuoi tu (Mc 14,36)
Questo modo di rivolgersi a Dio assume una configurazione del tutto singolare, che si differenzia da tutte le forme di supplica, presenti ad esempio nei Salmi, i cui motivi trapuntano l’intero racconto della passione marciana.
L’allocuzione che apre la preghiera presenta l’associazione dell’identità di Dio (in qualità di Padre) con la sua azione (il suo potere). Tale rivolgersi a Dio segue la condizione di desolazione evidenziata sia dal narratore sia dallo stesso protagonista. Il contrasto è palese: proprio nel momento che precede il suo essere consegnato, punto di svolta nella narrazione, Gesù, per la prima volta, si rivolge direttamente a Dio con l’appellativo Padre. La duplice menzione del termine “Padre”, in aramaico (Abbà) e in greco (ho Patēr), senza locuzioni esplicative, conferisce particolare enfasi all’espressione, perché viene ripetuta per ben due volte.
Dopo l’appello al Padre, Gesù pone in risalto il potere divino, mostrando la ‘competenza’ di Dio, e non si rivolge a Lui con la domanda: “Perché tutto questo deve succedere?”. L’incipit di questa preghiera dispone in primo piano, riconfermandola, l’onnipotenza di Dio, riconducendo in tal modo la narrazione alla centralità teologica, dalla quale la sua stessa identità (di figlio) e gli eventi sono dipendenti. Il protagonista del racconto sposta l’attenzione sull’agire di Dio: proclamare che a Dio tutto è possibile è la necessaria premessa perché si possa avanzare una richiesta. L’uso del pronome personale “tu” fa risaltare la modalità con la quale Gesù, per la prima volta in tutto il vangelo di Marco, si rivolge a Dio: direttamente con un “tu”, manifestando al lettore la qualità del loro rapporto. Il contenuto di questa preghiera rivela quindi come sia lo stesso protagonista ad esibire la veridicità del suo essere e sentirsi figlio in rapporto a Dio, percepito come Padre. Nell’allocuzione si ha infatti una duplice operazione: spostando l’accento sulla paternità di Dio, viene, allo stesso tempo, rivelata al lettore la figliolanza di Gesù.
Le parole di Gesù rivolte a Dio sembrano presentarsi nella forma di supplica del salmista, il quale implora aiuto, ma la disposizione degli elementi enfatizza piuttosto la parte finale con un’orazione qualitativamente diversa, che va oltre quella stessa del salmista: il “Tu” del Padre, nella supplica di Gesù, rimane sempre in primo piano. Se Gesù è il giusto, il Messia, come il narratore ben sa, Dio avrebbe potuto liberarlo, ma Gesù sovrasta il narratore: sa che tutto è possibile a Dio – espressione soltanto marciana – e si affida alla volontà del Padre. Tale strategia evidenzia come il narratore prepari e si collochi dietro all’atteggiamento e alle parole di Gesù: l’organizzazione della scena enfatizza la sua libera risposta, la quale, in tal modo, sorprende il lettore, che vede le correzioni ermeneutiche operate dal protagonista circa lo svolgimento degli eventi.
La preghiera di Gesù si trova collocata tra le predizioni della fuga di tutti/rinnegamento di Pietro (14,27.30) e le loro attuazioni (14,50.68. 70.71), quali avvenimenti riletti con i Salmi. L’uso della tecnica intertestuale fa risaltare la differenza qualitativa di tale orazione nella quale il protagonista effettua lo spostamento di baricentro, riponendo la sua consegna-morte nel piano normativo di Dio e ciò rappresenta il novum.
(Franco De Carlo)
