Ore 8:15, il suono della campanella chiama in classe gli alunni come ogni mattina, un intreccio di cartelle che si sfiorano tra di loro ma senza toccarsi. Raggiunge le proprie aule. I corridoi per un attimo vivono un’ invasione ma poi ritrovano il silenzio. Il “buongiorno maestra/o” dà vita ad un coro comune e la giornata prende vita. Alla primaria l’appello, come un antico rito, apre ogni relazione. È un momento particolare quando le aule sono “gonfie” di alunni c’è un silenzio irreale, come se tutti i bambini, unitamente gli insegnanti, prendessero fiato per affrontare le otto ore del tempo di scuola. Ma tutto questo però dura una manciata di minuti “l’apnea” finisce subito e i classici “ rumori scolastici” prendono il loro vigore.
Passate le prime due ore, a volte anche molto meno, inizia la danza del “posso andare al bagno?”. Non ci crederete ma se vi metteste in osservazione nei corridoi scoprireste che le porte delle aule si aprono in modo alternato in un ritmo senza fine che può destare sospetti per la precisione. Scherzi a parte. Per diversi alunni iniziano le passeggiate al bagno. Il mio armadio, dove ripongo le mie cose, è metà del corridoio crocevia di tutte le aule. Questo mi permette di avere una posizione privilegiata e durante le ore di buco, rilevare alcuni atteggiamenti dei bambini che li attraversano.
Ve ne descrivo alcuni vedete se li riconoscete: c’è il bambino/a che esce battendo la porta “non volendo” e la riapre chiedendo scusa per il gesto, c’è chi esce aprendo la porta così lentamente quasi avesse paura che il tempo che gli è stato concesso possa consumarsi troppo in fretta, c’è l’alunna che uscendo piroetta e improvvisa passi di danza, quasi inneggiasse alla libertà acquistata dal banco. Poi troviamo il lucidatore di pavimenti che al chiudersi della porta, pensando di non essere visto, prende la rincorsa e guadagna metri con le ginocchia, non manca l’uscita dei misuratori di febbre seriali, che si lamentano dei nostri termometri dicendo che siano tutti rotti o funzionino male. Ancora come non ricordare quelli che escono a passo di formica per guadagnare più tempo possibile, ma sono subito intercettati dai collaboratori. Per ultimo c’è quello che chiude gli occhi mentre cammina, forse sogna un posto diverso o semplicemente la sua cameretta, ma poi inciampa e torna alla realtà.
Tutti però hanno in comune un traguardo il “bagno”. Questo è l’ancora di salvezza, è lo scudo con cui difendersi da un eventuale attacco generato da una interrogazione o una correzione di compiti, con la sola differenza che il permesso per andarci te lo dà il “nemico”. Spesso però assistiamo a passeggiate che non nascono da un bisogno generato da esigenze didattiche o perché hanno voglia di cambiare aria, ma perché qualcosa li rende irrequieti. Un disagio, un problema in famiglia, incomprensioni e lì leggo le loro fragilità. Il cuore prevale ed allora cerco di dimenticarmi il numero delle volte in cui li mando in bagno quasi volessi diventare loro complice. È il loro modo di parlarci senza chiederci nulla e la mia “solidarietà” è legata alla frase, “si puoi andare”, nel vedere chiudersi la porta, ripeto a me stesso:” non sei solo”.
(Stefano Palocci)
