Abbiamo visto spuntare la sua stella

Attimi di Parola Rubriche

“La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indica­to il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: « Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiun­que crede in me non rimanga nelle tenebre » (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: « E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulge nei nostri cuori » (2 Cor 4,6). Nel mondo pagano, affamato di luce, si era svilup­pato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni gior­no, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce. (Papa Francesco, Lumen Fidei,incipit).

“Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele».(Mt 2,1-6)

L’evento della nascita di Gesù, nella redazione matteana, è caratterizzato dalla simbolica della “luce”. Il vangelo di Matteo, quale modello nella catechesi primitiva, si distingue per la sua chiarezza e ordine, facendo interagire il novum cristologico con il suo retroterra giudaico. Il racconto matteano si commisura, fondamentalmente, più da vicino rispetto agli altri evangeli, con la visione squisitamente ebraica, da cui sorge la fede delle prime comunità cristiane e che con esso continuamente si confronta. La spiritualità ebraica è un bacino culturale fertile, che si riflette nella concezione, del tutto originale e singolare, della bellezza irradiata dal racconto evangelico. L’attenta lettura e meditazione del testo matteano lascia trasparire che la bellezza, nell’intero vangelo, si riverbera attraverso il simbolo della luce, il quale, dall’inizio, con l’episodio dei Magi (Mt 2), fino alla pagina finale (Mt 28), percorre l’intera narrazione, avendo come suo epicentro l’episodio della Trasfigurazione (Mt 17). I precisi riferimenti al tema della luce sono collocati in punti strategici della trama narrativa, con significative ripercussioni cristologiche e teologiche. Percorrendo il racconto matteano, a volo d’aquila, si possono individuare, in particolare, dei tornanti letterari sintomatici, dove, usando un’espressione di Paul Ricoeur, il simbolo della luce “dà a pensare”: la «stella del Messia», l’astro nell’Oriente, che sorge, l’astro del re dei Giudei (Mt 2,2), indicando la rilevanza universale di Gesù di Nazaret, in cui le tradizioni d’Israele si aprono e accolgono le altre differenti culture; “una luce grande, una luce che sorge” nella tenebra e nell’ombra di mortenella Galilea delle Genti (Mt 4,16), evocando l’attualizzazione del Regno che avanza nella storia; l’immagine del “lumino fumigante” rivela, inoltre, la modalità comunicativa, incentrata sulla mitezza della croce e modellata sulla figura del “servo isaiano”: “Gesù, il servo di Yhwh, non spegnerà un lumino fumigante” (Mt 12,20); l’episodio della Trasfigurazione anticipa la visione del Risorto: i motivi del suo aspetto e delle vesti vengono, infatti, ripresi nel racconto finale di risurrezione (Mt 28,3);l’incipit della narrazione di risurrezione (Mt 28,1) presenta l’ambientazione temporale dell’albeggiare, del baluginio, di quel chiarore tenue, che avvia la luce del pieno giorno: un simile bagliore, in riferimento alla creazione della luce nel primo giorno (Gn 1,3-5), indica una nuova e rinnovata creazione, ri-scrittura della stessa Genesi. Questa dinamica rappresenta un interessante modello per la missionologia e per il fenomeno dell’inculturazione: la comunità matteana, giudeo-cristiana, è impegnata a spiegare la messianicità singolare di Gesù con le stesse categorie delle Scritture e a preparare, così, il terreno per l’accoglienza dei pagani. Tutto questo richiede la creazione di un canone espressivo efficace, che sia valido in ogni tempo, e il riferimento alla lucediviene uno dei simboli privilegiati per esprimere gli elementi fondamentali della comunicazione. La missione di Gesù e, quindi, dei suoi discepoli, è sostanzialmente un evento comunicativo, laddove il simbolo pone in atto la dimensione della poiesis, del fare, della creazione di immagini evocative: il sale, il lievito, il seme, la luce. Il modello matteano combina insieme theoria, praxise poiesis, cioè verità, giustizia e bellezza o, meglio ancora: fede, speranza e amore. Il simbolo della luce prepara e conduce al cuore pulsante dell’itinerario narrativo di Matteo rappresentato dal “Discorso del Monte”: subito dopo l’elenco delle Beatitudini (μακάριοι makárioi), il lettore viene difatti raggiunto da una dichiarazione, la quale possiede in sé una forza straordinaria: “voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14a). Quest’asserto sta in perfetto parallelismo con un altro, immediatamente precedente: “voi siete il sale della terra” (Mt 5,13a). L’affermazione è pronunciata da Gesù ed è rivolta ai suoi uditori: è la chiamata a considerare e a far maturare la propria identità; essa, inoltre, è unica nel suo genere: si trova, infatti, soltanto in Matteo; in Giovanni, invece, è Gesù che definisce se stesso: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). Il simbolo della luce designa, perciò, la missione della comunità, la quale proietta la luce di Cristo sulla storia, in un processo escatologico liberante. I discepoli sono così presentati con un’identità che si pone in stretta relazione con quella di Gesù, e sono chiamati a incidere sulla mentalità delle culture, a proporre la logica del vangelo, a collaborare nell’edificazione del Regno di Dio: i discepoli vi riusciranno soltanto se manterranno aperto il canale della comunicazione con il mondo esterno, ma, soprattutto, se vivranno assiduamente la relazione personale con il Cristo.

(Franco De Carlo)

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