Prima di riprendere questa “passeggiata” fra le varie problematiche che affliggono la nostra società e che stanno minando seriamente il Patto educativo sul quale, per lunghi anni, si è retto un Sistema scolastico ritenuto fra i primi in Europa e forse nel mondo, ho riletto attentamente quanto ho scritto nei primi 5 articoli dell’anno 2018, da febbraio a giugno.
Sembra passato tanto tempo e in questo intervallo la situazione appare del tutto capovolta. Ebbi la presunzione di voler dipanare la complicata matassa del rapporto Scuola-Famiglia, ritenendo quest’ultima responsabile, o quanto meno, corresponsabile del processo di crescita del minore. Mi convinsi che le responsabilità fossero da ricercare proprio all’interno del nucleo, ormai destabilizzato a causa delle difficoltà di gestione delle famiglie stesse. Questa mia convinzione era rafforzata anche dalle reazioni che da più parti si sollevavano nei confronti dei bulli, dei violentatori e di tutti coloro che volontariamente, o del tutto inconsciamente, contribuivano ad alterare quel delicato equilibrio sul quale si regge, suo malgrado, la Società civile.
Alla ripresa delle attività scolastiche, però, ci siamo trovati ad affrontare un problema più grande, quasi a dire “il peggio non muore mai”! Questa volta è la Scuola sotto accusa e sicuramente sarà presto sotto Processo, per le reazioni inadeguate di alcuni docenti all’interno delle aule. Da Nord a Sud sono stati registrati comportamenti a dir poco violenti e mortificanti verso alunni del tutto incapaci di chiedere esplicito aiuto data la loro tenerissima età. Numerosi docenti e personale di sorveglianza sono agli arresti domiciliari, colti in flagranza di reato. Inutile dire che tutti abbiamo avuto esperienze con insegnanti glaciali, austeri, severi a volte quel tanto che servisse a garantire il rispetto (vero o apparente) per il ruolo. Ai miei tempi le bacchettate sulle mani, a volte del tutto gratuite, passavano inosservate se non addirittura richieste al maestro per “raddrizzare” i figli ribelli e poco volenterosi. Per fortuna l’evoluzione dei tempi ha messo fine a tali pratiche del tutto inaccettabili e improponibili, ma forse, per reazione o mancata capacità di gestione, siamo caduti nell’eccesso contrario: certo è che la missione del maestro ha perso la sua privilegiata accezione e ora appare del tutto svuotata di contenuti.
Nel 2009 il MIUR organizzò Corsi di Aggiornamento per Dirigenti e docenti su argomenti che ci sembravano lontani anni luce dalla nostra quotidiana esperienza. Il bullismo, il mobbing, il burn-out erano per noi neologismi da analizzare: non avremmo mai pensato di doverli affrontare e combattere. Ebbene, lentamente, negli ultimi 10 anni abbiamo assistito all’esplodere del fenomeno del bullismo, all’emergere di fenomeni di mobbing in ogni ambiente di lavoro, e per ultimo, ma molto più grave, all’esplosione del disagio dei docenti nell’espletamento della loro missione: il burn-out. È una situazione di malessere diffuso che provoca quel disagio mentale che sta coinvolgendo il mondo della scuola. È questo uno dei problemi più gravi ed insidiosi che i vertici delle Istituzioni scolastiche sono chiamati ad affrontare. Nell’espletamento delle mie funzioni mi sono imbattuta spesso in docenti “disturbati” e il ricorso alla Commissione di Verifica mi faceva star male. Ora, però, alla luce dei recenti e sempre più frequenti episodi mi domando:
– è proprio vero che tutti siamo in grado di affiancare i minori nella naturale evoluzione del loro vissuto?
– è necessario l’accertamento psico-attitudinale periodico su persone che svolgono questa delicatissima attività?
– è stato giusto il processo di immissione in ruolo adottato negli ultimi 20 anni?
Il problema sta dilagando e ci sta sfuggendo di mano. Sono convinta che in tutto questa confusione l’insegnante di Religione Cattolica può e deve giocare un ruolo determinante.
(Anna Maria Bruno)
