Ma voi, chi dite che io sia?

Attimi di Parola Rubriche

“Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?” (Papa Francesco, Laudato si’, V, 160).

“Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».” (Mc 8,27-30)

Il titolo della nostra precedente meditazione biblica è il seguente: “Chi ci farà rotolare via la paura”, che si plasma sulla domanda delle donne nell’epilogo del racconto marciano: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (16,3). La forte ricorrenza del termine greco μνημεῖον (mnēméion), nella scena finale del vangelo secondo Marco, consente di affermare che nell’epilogo viene mantenuto come sfondo il motivo del “sepolcro”, configurandosi come una ripresa ‘per immagine’, nella linea tracciata dalla prospettiva della morte, di cui la tenebra (15,33) rappresenta la raffigurazione, la quale introduce all’evento del morire di Gesù. L’ambientazione della sepoltura è dunque importante: le donne vanno al sepolcro, vi entrano e fuggono da esso. La tomba diviene lo spazio di riferimento unificante, formando un’inclusione tematica tra 14,3-9 e 15,42-47 (il nesso unzione – sepoltura), a cui s’aggancia 16,1 (necessità e tentativo di procedere ad altre unzioni). In più, la parte conclusiva del vangelo (15,42-16,8) si lega a quella iniziale (1,2-13) grazie all’uso delle immagini del sepolcro e del deserto: in ambedue si riparte dal ‘vuoto’. Solo Mc, rispetto agli altri sinottici, indica la finalità del recarsi delle donne al sepolcro: “per ungere [Gesù]” (implicito in Lc 24,1, mentre esplicitamente asserito ed enfatizzato in Mc 16,1). È inoltre esclusivamente marciana la preoccupazione delle donne circa la pietra sepolcrale: esse vanno alla tomba portandosi dentro un interrogativo, che il narratore visualizza subito dopo con il dettaglio della grossa pietra sepolcrale (16,4): l’annotazione della “grande pietra” (μέγας σφόδρα mégas sphódra) scivola dal piano semantico e si colloca al livello pragmatico, con un particolare effetto sul lettore. Le uniche parole che queste donne pronunciano, in modo continuato (si veda l’uso del tempo imperfetto ἔλεγον élegon), in tutto il vangelo di Marco, sono formulate sotto forma di una domanda (16,3), che parafrasiamo in: “Chi ci può aprire il sepolcro?” Nell’epilogo il narratore si sofferma sulla reazione delle donne (16,1-5.8). Si ha un effetto di accumulo: dapprima la preoccupazione delle donne circa la pietra sepolcrale (16,3); poi la  reazione di fronte alla vista del giovane dentro al sepolcro (16,5), cui segue l’invito rivolto alle donne a non temere (16,6). Il racconto di Marco è attraversato da numerosi interrogativi: è il vangelo che interpella, che sottolinea continuamente l’importanza delle domande e il lettore ne è costantemente sollecitato, sospinto in avanti alla ricerca di risposte. La strategia narrativa adottata fa sì che le domande dei vari personaggi ruotino attorno alla vicenda-identità di Gesù. La potenzialità del messaggio evangelico risiede proprio nelle risonanze che i vari motivi letterari e teologici man mano generano e trasmettono, nella ricchezza dell’intelaiatura che essi formano, nelle relazioni sottese, nelle domande che sollevano, nella loro forza evocativa con risvolti a vari livelli: è il lettore che, alla fine del processo di lettura e di comprensione, opera la sintesi, esclamando con il centurione, sotto la croce: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (15,39).   

(Franco De Carlo)

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