Il credere e il venire meno non sono opposti ma complementari, anzi sono i poli tra cui si dibatte e si dispiega la vita umana. Quante volte abbiamo creduto in persone, ideologie e siamo rimasti delusi, quante volte abbiamo fatto credito a chi poi, puntualmente ci ha tradito. Oppure quante volte noi possiamo aver deluso, tradito, amareggiato chi ha creduto in noi, chi ci aveva dato fiducia. È quanto afferma Pascal: “l’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura, ma è una canna pensante”. A dire l’estrema fragilità umana ma anche l’opportunità unica dell’uomo tra tutti gli esseri viventi, che è anche il suo dramma: il pensare, il rendersi conto, il divenire consapevole, l’essere chiamato prima o poi alla resa dei conti con la propria coscienza.
Ogni giorno siamo chiamati in causa e nessuno può rispondere al nostro posto; ogni giorno i nostri progetti s’incontrano e si scontrano con i successi e le fatiche. Guai, però, se rinunciassimo a uscire da noi e a cercare la vita, quella reale, che ci rende così fragili spesso, eppure così delicati e preziosi.
A riguardo, lo psichiatra Andreoli scrive che “la fragilità rifà l’uomo, mentre la potenza lo distrugge, lo riduce a frammenti che si trasformano in polvere”.
In quanto credenti sappiamo che Dio è dalla nostra parte, ma Egli ci rispetta a tal punto da lasciarci liberi di agire; anche se di fatto siamo noi i costruttori della nostra infelicità, tutte le volte che non riusciamo a leggere e comprendere nell’ottica della salvezza le esperienze che la Provvidenza distribuisce sui nostri cammini. Ecco perché ogni tanto sarebbe necessario fermarsi e guardare indietro, ripensare alle storie di vita che si sono incrociate con le nostre per renderci conto delle occasioni che ripetutamente ci sono state offerte e che abbiamo sottovalutato o sulle quali, magari, abbiamo sorvolato. Fermarci per accorgerci e considerare le esperienze, anche dolorose o negative da altri punti di vista, come patrimonio di esperienza da cui acquisire quanto in futuro potrebbe fare in noi e negli altri la differenza.
È facile e perfino ovvio, finanche scontato, credere finché le cose vanno bene, finché siamo capaci di rimanere a galla, finché la salute ci accompagna, i risultati compensano sforzi e sacrifici; ma quando la fragilità, fisica o psicologica, le prove, i risultati insufficienti, i fallimenti diventano il pane quotidiano che nutre le nostre esistenze, allora qualcosa comincia a scricchiolare e giunge inevitabile, amaro, lo scoraggiamento. Cominciano ad attanagliarci la tristezza, l’angoscia, la solitudine e il senso di abbandono e smarrimento che ci corrodono le forze, i pensieri, la volontà.
Peraltro, la fragilità non sempre è sintomo di disturbo, anzi può divenire un’opportunità per entrare nella vita, con il peso delle nostre resistenze e difficoltà, come una sfida a non vedere tutto come inesorabile destino ma quale itinerario divino colmo di futuro e di speranza.
Fragile è un oggetto che si può rompere, un equilibrio emozionale che si può frantumare per eventi non voluti; in qualche momento fragili sono le ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze e i nostri slanci del cuore, le nostre attese e le parole che non riescono a colmarle. Dalla cultura giapponese, però, impariamo che i vasi rotti vengono riparati e ricostruiti incollando le fessure con l’oro, non solo per la robustezza di questo metallo, ma soprattutto per ricordare la preziosità delle ferite. È esattamente così che Dio ci perdona, ci rigenera, ci restituisce alla vita, impreziosendoci ogni volta con l’oro della sua infinita misericordia.
Lui non è il nostro assicuratore di fiducia contro tutti i rischi, ma il Padre che vede lontano e giorno dopo giorno ci attende e ci accompagna, pazienta e da fiducia. A noi affidarci, anche quando è faticoso, a noi non preoccuparci della velocità dell’andatura, quanto della tenuta; a noi andare avanti con pazienza, scoprendo ogni volta che Lui è sempre lì a sostenerci, anche se non lo vediamo e non lo sentiamo.
Ci viene incontro l’autore della Lettera agli Ebrei: “Avete bisogno di costanza, affinché, fatta la volontà di Dio, otteniate quello che vi è stato promesso” (10, 36).
Don Gian Franco Poli)
