Lo so, tutti ne abbiamo agende piene. Finché la libreria non esplode, non cestino i disegni degli alunni, ripensando agli occhi luccicanti d’orgoglio per quel regalo offerto sulla soglia dell’aula; o alla curiosità nel vedermi, di volta in volta, raffigurata con occhiali trendy e improbabili minigonne a fiori, collane sgargianti e borsette da sera da cui sbucano, onnipresenti, i libri. Eh sì: per un attimo ti illudi di apparire giovane, (salvo poi, durante la lezione, sentirti chiamare “nonna”, lapsus nella foga di una richiesta: soddisfazioni del mestiere). No, non hanno rappresentato ciò che vedono. Sta di fatto che, nel disegno, sei “piccola” come loro. Il disegno parla di altro. Cosa? E soprattutto: perché?
Senza voler scomodare psicologia e pedagogia (di cui ben altri sono esperti studiosi), o i progetti di arteterapia in famosi ospedali pediatrici, mi ritrovo nel mio piccolo a farmi domande, o, semplicemente, a leggere disegni e attività grafiche degli alunni. Cose che ognuno di noi, a ben vedere, spesso incrocia nel percorso della giornata scolastica. Mi interessa leggere tra le linee confuse tracciate da bambini, che nelle prime classi scarabocchiano il ripiano del tavolo; leggere la loro voglia di esprimersi, o la difficoltà di adeguarsi al nuovo lavoro di scolari, la fatica di vivere (letteralmente) il loro primo “banco” di prova. Forse lo vorrebbero più personalizzato, più “colorato”. Leggere e, anni dopo, veder scomparire quegli stessi scarabocchi sotto la spugna e lo spray che il bambino va a prendere in prestito dal collaboratore scolastico. Sono parole del tutto nuove che, adesso, quei segni sul banco dicono. Leggere con pazienza.
Leggere la rinuncia agli ultimi minuti di ricreazione, pur di ottenere un foglio di risma da disegnare a piacere. Farmi interrogare da quel desiderio di ogni alunno di tracciare un proprio segno e, al contempo, di essere egli stesso un “dipinto”. Perché tante volte, in giardino per non sporcare troppo, e nella fretta di portare a termine i lavori di Natale (non avvalentisi in prima fila), tutti gettano via il pennello e affogano mani e vestiti (perché col grembiule a dicembre all’aperto è caldo) dentro il piatto della tempera rossa? Esperti di Bodypaint ci illuminino.
A noi spetta leggere. Anche le mani. Mani che disegnano, o che vengono a loro volta segnate. Mani di ragazze di quinta di ritorno dalla vacanza all’estero, che mostrano il tatuaggio all’hennè, floreale, delicatissimo; mani dei compagni che lo “studiano”, guardandola con occhi nuovi. Mani di maschietti coi tatuaggi a figurine, fatti insieme a ricreazione. Si, come i grandi. Anzi: “sai che il padre di Pierino gli ha permesso un tatuaggio vero?”. Mani della stessa squadra, mani rinforzate dallo stesso supereroe. Mani che” ci sono anche io fra i tipi tosti”.
Leggere. Le mani di quel gruppetto di terza, decorate con i cuori a pennarello. Mani che hanno stretto un patto, amicizia o amore: è la stessa cosa. Mani fashion, che giocano. Mani che hanno voglia di indelebile, che attendono un sigillo. Mani pulite o già ferite. Mani che si mascherano? Che sognano? Quei segni sulle mani sono da leggere. È una lingua da imparare ogni volta. Cominciamo con il leggere.
Leggere, perché il disegno parla, del bambino, del mondo. Per noi IDR il Segno è Parola. Il disegno può farsi parabola, parla anche di me, a me. Conservo dal mio primo anno di docenza un foglio disegnato quasi tutto a matita. In alto un padre che aspetta fuori casa. In basso un figlio steso a terra con gli occhi vuoti, e in tutto lo spazio rimanente una enorme, lunga e tortuosa via, piena di curve faticose (cosa di cui non c’è accenno nella parabola) che collega le due persone inequivocabilmente. La via è l’unico elemento che, in una seconda in cui ancora non avevo ancora trattato la simbologia dell’acqua, il bambino ha colorato, e di un azzurro intenso. Certe volte nel disegno di un bambino parla anche Qualcun Altro.
(Lidia Cicogna)
