Guarire di pettegolezzo è possibile

In punta di piedi Rubriche

Non è facile guarire dal pettegolezzo! Papa Francesco è intervenuto spesso su questa patologia virale in ordine alla quale «non c’è posto per le sfumature: se parli male del fratello uccidi il fratello. E ogni volta che facciamo questo imitiamo il gesto di Caino, il primo omicida» (Omelia, Santa Marta, 13 settembre 2013); «è come una bomba: lei va e “pss… pss…pss…”, come il diavolo, tira la bomba, distrugge e se ne va tranquilla» (Omelia, Santuario del Senor de lo Milagros (Lima), 21 gennaio 2018); è una «tentazione» (Discorso, Il Cairo, 29 aprile 2017).

Trattasi dunque, di una malattia grave «che inizia semplicemente, magari solo per fare due chiacchiere, e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli. È la malattia delle persone vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle» (Discorso, Al Collegio cardinalizio, 22 dicembre 2014).

Anche Romano Guardini, in una delle sue lettere, registra in modo puntuale questa crisi della parola e delle parole: «non più silenzio, chiacchierare senza fine. Si parla sempre, a voce alta, profusamente. Si parla, si scrive, si ascolta su tutto. Non c’è più nulla di santo; non ha più senso, non esiste più una sicura zona di silenzio, non conta più niente neppure la cosa più degna di venerazione. Si parla di tutto, riducendo in pezzi e frammenti ogni oggetto, senza rispetto nè vergogna; nei giornali, nella società, nelle sale di adunanza. Si chiacchiera tanto che ognuno può interloquire. Si allineano ogni sorta di parole: quelle elevate, quelle acute, quelle sagge e profonde, quelle ribelli, quelle commoventi, tutte. Tutti i registri sono pronti, vengono azionati. Eppure no: c’è un modo di parlare che si cela nel grembo stesso di Dio: quello ispirato a una totale semplicità. Quel tipo di discorso nessuno lo può fingere, se non gli viene veramente alle labbra dal silenzio del cuore. Tutti gli altri invece risuonano e strepitano e rimbombano, e le parole dicono sempre meno si fanno sempre più vuote» (Lettere sull’autoformazione, Morcelliana, Brescia 1994, p. 143).

Spesso criticare e pettegolare è il metodo di chi sottolinea più ciò che non piace, o su cui non si è d’accordo, rimanendo a una certa distanza; emerge sovente una cattiva prudenza: si sparla ma non ci si espone, è sempre meglio prendere delle precauzioni, una forma di copertura. L’alleato del pettegolezzo è come l’artista nel teatro delle marionette, che dall’alto tira e muove i burattini secondo le convenienze, senza farsi vedere.

Per guarire dal pettegolezzo è opportuno fare un po’ di digiuno, togliere dai nostri stili di vita il parlare troppo, il criticare, tenendo sotto chiave la nostra lingua. Recentemente il Santo Padre ha ribadito che «chi è buono trae fuori dal suo cuore e dalla sua bocca il bene e chi è cattivo trae fuori il male, praticando l’esercizio più deleterio fra noi che è la mormorazione, il chiacchiericcio, il parlar male degli altri. Questo distrugge; distrugge la famiglia, distrugge la scuola, distrugge il posto di lavoro, distrugge il quartiere. Dalla lingua incominciano le guerre» (Angelus, 3 marzo 2019).

Diventa prioritario, pertanto, contrastare questa vera e propria struttura di peccato, non prestare il fianco a uno stile comunicativo deviato in cui la parola non risponde più alla funzione originaria di veicolare informazioni significative, ma si presta a essere strumento offensivo e denigratorio, capace di rovinare la reputazione di una persona, come anche quella di una comunità.

Ritorniamo alle nostre radici trinitarie, recuperiamo la coscienza di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio e torniamo a sentire il dovere morale di non oscurare, sminuire, imbruttire questa immagine. Impegniamoci a non sottovalutare il fatto che la Parola può qualificare le nostre parole, riempiendole della straordinaria facoltà divina di mostrare il reale, di poter dire, di comunicare e di dialogare, evitando di far deviare i progetti eterni di Dio. Per questo è opportuno imboccare alcuni percorsi di guarigione alla fonte della Parola per edificare anziché distruggere, creare comunione, anziché divisioni, benedire anziché maledire.

Impariamo a benedire, a parlare bene, a descrivere le buone qualità che l’altro/a ha, infondendo così la speranza e inducendolo a credere nel cambiamento di ciò che di buono gli appartiene. Se si vuole essere fedeli al Vangelo ed evitare di cadere in questo male davvero mortale, si deve crescere nella virtù della prudenza e della giustizia, che conducono verso il perdono, quello vero, quello reale che riappacifica gli animi. Perché dove si percorre la strada del perdono non c’è più posto per la vendetta e l’acredine. Queste le strade per guarire dal dir maledegli altri.

Ho letto recentemente una possibile terapia: un paziente e costante lavoro di risurrezione che permetta alla parola umana di diventare nuovamente ciò che essa era nel progetto di Dio: una parola che procede dall’amore e che conduce all’amore; che sia, come la parola divina, una parola di verità e di misericordia. Per questo Francesco non smette di sollecitarci a: «rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio» (Omelia, 20 novembre 2016).

don Gian Franco Poli

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