Ogni tanto sarebbe bene che ciascuno di noi si soffermasse un attimo a pensare alla vita che sta conducendo, soprattutto alla questione unica, fondamentale, personale, del proprio io, della propria esistenza, del proprio esserci, per un certo periodo, su questa terra.
Cerchiamo di guardare alla questione di fondo sul senso della vita mia, della tua vita, della vita di ciascuno, su ciò per cui vale la pena vivere (cioè ciò per cui ha senso la fatica, ha senso il sacrificio), se è per una cosa bella. Vale la pena affrontare tutto della vita per il desiderio di fondo di felicità che è in te, in me e in ciascuno, per cui, addirittura, si può anche lasciare tutto per raggiungerlo.
Se uno trova la ricompensa a ciò (ma il termine non sarebbe propriamente giusto perché, in fondo, non abbiamo nessun merito), se uno trova la risposta alla domanda che sta al fondo del suo essere, tutto il resto è visto con occhi nuovi.
C’è un film, un po’ vecchiotto per chi è più giovane, che si chiama “Indians”. Parla di un capo indiano della tribù dei Nasi Forati, il capo Giuseppe, che deve condurre per un lungo viaggio la sua gente verso la “terra promessa” del Canada, siccome il governo degli Stati Uniti vuole rinchiudere tutti gli indiani nelle riserve.
Un giorno, prima di una battaglia contro i soldati che li minacciano, ricorda con sua moglie di quando si erano sposati. Nella loro tradizione, infatti, quando ci si sposava, l’uomo prendeva con sé la donna e il padre di lei doveva dargli come dote un certo numero di cavalli. Allora lei gli domanda: “Quanti cavalli ti ha dato mio padre?” e lui risponde: “Quando un uomo riceve il premio al suo cuore, non sta a contare i cavalli”.
È una parabola di quel premio più grande, di quella facilità vera a cui tutti siamo destinati e che cerchiamo continuamente e che, una volta incontrato, ti permette di dire: “Sì, la vita vale la pena di essere vissuta perché ha un senso positivo”.
Avete mai visto il quadro del grande pittore Van Gogh, quello del seminatore al tramonto? Ecco, seminare è il lavoro che vogliamo fare. Vogliamo buttare il seme, cioè informare la realtà, non solo come informazione di notizia, ma come formazione di un cuore, di una natura, quasi nel senso biologico, di un nuovo eppur sempre presente amore. Vogliamo informare del positivo che abbiamo incontrato, informare tutti dell’incontro con la persona di Gesù, coincidente con la felicità vera e autentica.
Dobbiamo fare attenzione perché nel mondo sembra che ci sia sempre più bisogno di droghe (di qualsiasi tipo) per vincere la noia e la mancanza di libertà. Ci sarà, forse, possibile tutto, ma non sarà possibile la vera libertà, appunto perché è tutto. Non possono soddisfare quella “noia” che sta al fondo dell’essere.
Giacomo Leopardi, nella poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, contempla gli animali e dice: “O greggia mia che posi, quanta invidia ti porto!” (è un pastore che porta al pascolo le pecore e quando si ferma, osserva che le pecore sono tutte lì accovacciate e tranquille). “Perché giacendo, a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; (perché stando sdraiato e tranquillo, ogni animale è in pace, appagato) Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?” (e perché, io, se mi fermo, sono assalito dalla noia, questo vuoto della vita? Perché?)
Dobbiamo guardare sul serio a questo, altrimenti la vita è come una droga; viviamo in un divertimento, in una ricerca affannosa di divertimento (nel senso letterale della parola), cioè di distrazione, di voltare altrove la faccia per non guardare la realtà che poi, col tempo, si mostrerà per quello che è.
Quindi, che cosa vogliamo seminare in questo mondo? Davanti a tutto ciò che mostra il nostro bisogno, cerchiamo di seminare il desiderio di uscire da questo mondo verso il mondo del nostro vero desiderio, di ciò che veramente (anche se non ne siamo immediatamente coscienti) il nostro cuore desidera.
É un uscire da se stessi, desiderare qualcosa di vero, di grande, di nuovo, di diverso, per cui, se lo si trovasse, si lascerebbe tutto il resto per avere quello (il campo dove è nascosto il tesoro!), si scommetterebbe la propria vita, tutta, su di esso, anche se si dovesse affrontare il sacrificio. Su di esso si farebbe il progetto della propria vita, il lavoro del proprio esistere, cioè il desiderio di quella dimensione più profonda che, con altro termine, possiamo dire dimensione dello spirito.
Allora, c’è da rischiare la libertà, perché Gesù, unico uomo libero, rischia sempre per noi… e non sta lì a contare i cavalli.
don Nicola Riva
