Sport e felicità

La voce degli alunni Rubriche

Lo sport è prima di tutto ascolto e riflessione. Ascolto di se stessi e del proprio corpo. Capacità di riflettere sulle proprie sensazioni e confrontarle con le azioni motorie compiute (feedback) o che si aveva intenzione di fare (feed forward).

Quando dico di fare le cose “per sport” significa che le faccio con un alto coinvolgimento personale. Anche quando faccio azioni che non dovrei fare (prendere in giro gli altri, tirare sassi, suonare campanelli, ecc. ecc.) mi giustifico dicendo “le ho fatte per sport”. Lo sport è protagonismo, è pienezza nella vita che affronto. Lo sport è scoperta di sé, delle proprie capacità e dei propri limiti, ma anche scoperta delle strategie per superare i propri limiti: impegno, dedizione al gioco, gioco di squadra.

Non tutto si può superare da soli, non tutto ciò che facciamo e realizziamo dipende solo da noi. Anche il più forte e bravo atleta del mondo quando raggiunge il suo massimo risultato, volge lo sguardo ai propri compagni, al proprio allenatore, alla propria tifoseria, ma soprattutto alza gli occhi al cielo. Nessuno gioca da solo, sia negli sport di squadra (calcio, rugby, pallavolo, basket, ecc.) che in quelli individuali (nuoto, atletica, sci, ecc.): si entra sempre in relazione con l’altro, compagno o avversario che sia.

La felicità nello sport è capire che siamo in armonia con tutto ciò che ci circonda. Lo sport è lo strumento dell’ascesa verso l’Assoluto. Quando riusciamo a fare un gesto sportivo bello, la nostra gioia è immensa e ci sentiamo all’unisono con l’universo. Chi non si ricorda del primo palleggio fatto bene, del primo tuffo riuscito o della prima “capriola” fatta con disinvoltura? La felicità non sta nell’aver fatto un esercizio tecnicamente perfetto, ma nell’aver scoperto muscoli, movimenti e coordinazioni che prima non si conoscevano eppure stavano dentro di noi.

Credo che solo nello sport o in poche altre attività la parola “educare” possa esprimere al meglio la propria etimologia: “e-ducere” cioè tirare fuori. L’allenatore, il mister, il maestro, o meglio ancora l’insegnante di educazione fisica, sa bene che non si possono inserire nozioni motorie nel corpo e nella mente dell’allievo, ma si deve adottare una didattica adeguata che permetta all’adolescente di percepire al meglio se stesso e gli altri, capire il proprio corpo, le proprie sensazioni e le proprie emozioni. La figura dell’allenatore, quindi, assumerà il ruolo di guida capace di ascoltare, dare consigli, valorizzando e apprezzando l’adolescente, convogliando le sue energie e lasciando spazio alla sua creatività in modo che corpo, mente e spirito vengono portati alla luce. La didattica migliore è “dare fiducia” e “dare possibilità”, solo con queste condizioni si possono esprimere le potenzialità, solo così si può esprimere il talento dentro di noi.

Il talento sportivo che diventerà campione olimpico? Praticando sport si possono scoprire molti talenti. Il talento dell’iniziativa e della responsabilità, della perseveranza e dell’amicizia, della cooperazione, dell’aiuto reciproco e del discernimento. Tutti talenti che serviranno nello sport, ma soprattutto permetteranno agli adolescenti di diventare uomini e donne “più” felici, dalla personalità forte ed equilibrata.

(Gilberto Stival – Direttore ufficio per la pastorale sport e tempo libero)

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